domenica 1 marzo 2015

Assistenza e convivenza, la solidarietà è legge


di Dante Balbo


Il servizio sociale di Caritas Ticino è confrontato spesso con questioni complesse, che, a seconda dell'angolo da cui vengono osservate possono sembrare corrette o paradossali.

Prendiamo l'esempio che segue:

Una persona con scarse possibilità di trovare un lavoro, perché ha superato abbondantemente i 50 anni, si ritrova senza diritto alle indennità di disoccupazione e deve quindi far capo alle prestazioni assistenziali, rivolgendosi allo sportello Laps. Qui scopre che non ha diritto alle prestazioni sociali, perché convive con una compagna, il cui reddito copre il fabbisogno di entrambi.
La sua obiezione è che la compagna non è obbligata a mantenerlo, perché non sono né sposati né membri di una unione registrata.
La legge tuttavia parla chiaro e non fa differenze significative, fra matrimonio e semplice convivenza, a volte superando perfino la comunione domestica.
Ma andiamo con ordine.
Ognuno di noi appartiene ad una unità di riferimento secondo la legge di armonizzazione delle prestazioni sociali. Di questa unità fanno parte:
  • - la persona che ha chiesto le prestazioni;
  • - il coniuge o il partner di una unione registrata;
  • - il partner convivente, se la convivenza è stabile;
  • - i figli minorenni di cui essi hanno l'autorità parentale;
  • - i figli maggiorenni, se non sono economicamente indipendenti.

Il punto cruciale è il terzo, che riguarda i conviventi, perché la convivenza stabile definisce il diritto alle prestazioni.

Qui ci viene in aiuto il regolamento di applicazione della legge sull'armonizzazione delle prestazioni sociali, che spiega quando una convivenza è considerata stabile:
  • - se vi sono figli in comune;
  • - se la convivenza procura gli stessi vantaggi di un matrimonio;
  • - se la convivenza è durata almeno sei mesi.
Tutto questo è ribadito in una sentenza del tribunale federale del 25 marzo 2011, in risposta ad una signora che contestava il rifiuto del Cantone di fornirle prestazioni sociali, in ragione della sua convivenza con una persona.

Un dettaglio interessante della sentenza riguarda il fatto che, nel caso specifico, era dimostrato un legame pluriennale con la persona, anche se tecnicamente non viveva più sotto il medesimo tetto della signora, per cui, permanendo una relazione stabile, il dovere di mutua assistenza restava invariato.

In altri termini, la legge e la sua applicazione prevedono, in una società complessa in cui il matrimonio non è più l'unico elemento di unità stabile fra le persone, una analisi accurata per stabilire il diritto alle prestazioni sociali, in relazione al tessuto umano e sociale in cui siamo inseriti, sia per evitare abusi, sia per riconoscere nella pluralità delle relazioni quelle significative quanto al dovere di solidarietà, indipendentemente dalla forma giuridica che hanno assunto.

martedì 24 febbraio 2015

QUI SI PARLA SOLO DI BUSINESS



QUI SI PARLA SOLO DI BUSINESS



Tra Business, economia e carità evangelica, quanta confusione.
(Art che apparirà sulla prossima rivista Caritas Ticino n.1 2015)
di Roby Noris


“Qui si parla solo di Business” è una frase pronunciata senza mezzi termini da un membro di comitato di una grossa organizzazione umanitaria svizzera dopo una mia presentazione dell’attività di Caritas Ticino. Non mi ha fatto piacere ma in fondo « niente di nuovo sotto il sole », anche se ormai dovrebbe essere chiaro, almeno per gli addetti ai lavori, cosa sia la differenza fra Business e Social-Business. Ma se non è chiaro per quelli che hanno tutte le informazioni, figuriamoci cosa possa essere la confusione per gli altri. Quindi vale la pena di riprendere queste distinzioni e definizioni fondamentali.
 Caritas Ticino ha scelto da almeno vent’anni la strada dell’autoimprenditorialità sia per la propria sussistenza, in quanto organizzazione che cerca di autofinanziare il più possibile la sua attività sociale, sia come metodo di intervento nei confronti delle persone indigenti che vengono considerate come portatori di risorse e quindi potenzialmente capaci di diventare protagonisti della propria lotta alla precarietà. Social Business è la definizione di Muhammad Yunus, Nobel per la pace e creatore della Grameen Bank, che ha sviluppato il microcredito come possibilità per i più poveri di uscire da quella condizione diventando imprenditori. La sua rivoluzione sta nell’aver « fatto fiducia », cioè nell’aver creduto che povere donne in Bangladesh potessero trasformarsi in soggetti economici produttivi, cioè in imprenditori. Nella ricca Svizzera i concetti  fondamentali su cui fondare interventi sociali ed economici non cambiano, quindi anche qui la difficoltà, come in Bangladesh sta nel credere che anche chi è messo male, ha difficoltà, ha un handicap, ha fallito vari tentativi, è comunque e sempre portatore di risorse, cioè, come diceva il Vescovo Corecco, « è molto più del suo bisogno » e quindi non deve essere definito e considerato come « mancante » di qualcosa ma come portatore di un potenziale. Il cambiamento di prospettiva rispetto alla posizione tradizionale centrata sul bisogno e quindi sul trovare mezzi per colmarlo, è gigantesca, direi epocale, perché rovescia completamente il modo di guardare la persona indigente e il nostro modo di porsi nei suoi confronti. Se guardando una persona etichettata come povero, vedrò prima di tutto il suo lato positivo, cioè le sue risorse e le sue capacità potenziali, tanto per cominciare sorriderò di fronte alla speranza che si sviluppino e diventino risolutive; per contro se sposo la lettura tradizionale assistenzialista, considererò quella persona come una vittima dell’ineluttabile, un fallito  che da solo non potrà mai farcela e che solo io, « ricco », potrò tirare fuori dall’indigenza. Una forma soft, ben mascherata di delirio di onnipotenza. Purtroppo in area cattolica, ma ancor più in quella protestante americana, è vincente questa concezione dell’altruismo e in fondo della dimensione della carità distorta in un processo a senso unico, dove l’indigente è sempre solo oggetto passivo, incapace di diventare soggetto attivo, mentre il benefattore, il filantropo, ha il potere di tirar fuori dai guai la vittima indigente. E di come il filantropo sia capace di produrre ricchezza da distribuire ai poveri non si vuol sapere nulla per non essere contaminati dal demone del Business e dell’economia. In se il filantropo è generalmente una persona buona e sinceramente desiderosa di fare del bene: l’errore - o la distorsione - sta invece nel modello di intervento che, siccome non coinvolge il povero nel processo economico produttivo,  è inefficace e figlio di un pensiero ammalato, anche se il filantropo è in buona fede e non lo sa.
Qui non si parla solo di Business ma di Social Business.