mercoledì 9 aprile 2014

POVERTÀ IN CH: ESCLUSIONE SOCIALE E INCERTEZZA PER IL FUTURO

POVERTÀ IN CH: ESCLUSIONE SOCIALE E INCERTEZZA PER IL FUTURO

 

 Pubblicato sul CdT del 7.4.2014 col titolo "POVERTÀ TRA ESCUSIONE E INCERTEZZA"

Caritas Ticino da almeno vent’anni dice “no” alle banche alimentari, alle mense per i poveri, e a tutte le forme di distribuzione di beni secondo una logica assistenzialista. È una scelta impopolare maturata sulla base di esperienze dirette con migliaia di persone e riflettendo sui diversi modelli di intervento sociale.

Ma c’è la povertà in Svizzera? Sì, certamente, la povertà esiste anche nei paesi più avanzati e ricchi. anzi più il sistema di protezione sociale è sofisticato e più è difficile fare scomparire completamente la povertà relativa. In Svizzera questa non si manifesta con quelle connotazioni tradizionali di scarsità dei beni primari, ma ha due caratteristiche predominanti: l’esclusione sociale, cioè la perdita del diritto di cittadinanza, e l’incertezza per il proprio futuro in un mondo in profonda trasformazione, dove ad esempio scompaiono molte forme di lavoro mentre se ne creano di nuove. Una risposta assistenzialista è manifestamente inefficace.

Uno dei nostri punti di riferimento, Stefano Zamagni, economista, stretto collaboratore di papa Benedetto XVI nella stesura dell’enciclica “Caritas in veritate”, afferma che dal secolo scorso non c’è più scarsità di risorse nel mondo e la povertà è dovuta a un deficit di gestione delle istituzioni. Ma anche su scala ridotta, pensare in termini di penuria è sbagliato. Le risorse ci sono, a maggior ragione nelle società avanzate e ricche come la Svizzera, dove il minimo vitale è garantito a tutti, nonostante diverse disfunzioni. Non condivido di conseguenza l’immagine della persona indigente ritenuta sprovvista di risorse, vittima impotente e incapace di diventare protagonista della sua ripresa.

Abbiamo riletto con grande interesse il pensiero di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, promotore del microcredito e del social business, riassumendolo così: nessuno può uscire dalla povertà se non diventa soggetto economico produttivo. Mi ha sempre colpito il fatto che la sua dinamica imprenditoriale, fondata sulla fiducia verso donne povere e emarginate, abbia funzionato in Bangladesh, uno dei paesi più poveri del mondo, mentre noi, in uno dei più ricchi, adottiamo quasi senza obiezioni un modello assistenzialista alla ricerca costante di risorse da distribuire.  

Ma tutte le forme di distribuzione di beni sotto il cappello ideologico assistenzialista, in Svizzera sono un freno se non un impedimento alla possibilità di affrancarsi dall’indigenza, perché rinforzano la convinzione crudele che i poveri “non ce la faranno mai”.

Si arriva persino al paradosso di alcune forme di distribuzione di beni, le più anacronistiche, che creano i bisogni a cui vorrebbero rispondere; talune favoriscono in Ticino un inutile turismo sociale transfrontaliero che non aiuta nessuno. Ma d’altra parte considerata la complessità del disagio sociale, in un clima assistenziale, facilmente le persone, senza alcuna colpa, si abituano a diventare degli esperti fruitori di tutte le risorse sociali disponibili; quindi ogni azione filantropica è salutata con benevolenza e giunge rapidamente a saturazione.

Il fatto che chi opera e promuove queste forme di solidarietà, spesso sia animato da buoni sentimenti e dia una lodevole testimonianza di accoglienza dei poveri, purtroppo non corregge l’errore metodologico relativo all’efficacia degli strumenti utilizzati. La filantropia è sbagliata anche se il filantropo di regola è davvero una brava persona.

A Caritas Ticino il pensiero sociale si è modificato profondamente grazie al vescovo Eugenio Corecco che in occasione del 50esimo dell’organizzazione diocesana, nel 1992, affermò che “è limitante guardare all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è di più del suo bisogno”, che significa concretamente guardare le persone che vivono una difficoltà, talvolta grave, prima di tutto come portatrici di risorse e non come marchiate dalle proprie difficoltà. In questa prospettiva l’intervento sociale serve prima di tutto ad aiutarle a scoprire di essere in grado di risalire la china.
Roby Noris.