giovedì 17 luglio 2014

CIÒ CHE CONTA È IL PENSIERO

CIÒ CHE CONTA È IL PENSIERO
di Roby Noris

In età di pensionamento ci si chiede cosa sia la sintesi di quello che conta e che si può considerare come il proprio personale arricchimento. Non ho nessun dubbio, ciò che sintetizza i miei anni di attività sul fronte della socialità e della comunicazione è la profonda convinzione che “ciò che conta è il pensiero”. Non è una affermazione riservata agli idealisti, ai rivoluzionari e ai martiri, ma è il rendersi visibile di ciò che è essenziale, autentico e non deperibile, e nessuno può portartelo via. Per chi vive la sua professione sul fronte del confronto quotidiano, con progetti concreti, con milioni da gestire bene, sembra incredibile che non sia soprattutto l’azione e i risultati concreti a contare davvero. Eppure è così. La ricchezza straordinaria, tutta mia, ma nello stesso tempo condivisa con i miei collaboratori e con molti amici, reali e virtuali, è quella sintesi che ho simbolizzato, nell’ultimo editoriale diquesta rivista, col triangolo C,Y,Z (Corecco, Yunus, Zamagni) che collega facendole interagire, alcune espressioni geniali della lettura di alcuni nodi centrali della nostra epoca riguardo all’individuo e alla collettività globalizzata: nessuno è definito dal suo bisogno (Corecco), tutti sono potenziali soggetti economici produttivi (Yunus) e ci sono risorse per tutti, il deficit è nelle istituzioni (Zamagni).

Una visione poco condivisa in area sociale e persino cattolica, per non parlare poi della sinistra politica. Il piagnisteo pauperistico è stravincente, perché gratificante, perché permette ai “sociali” e ai politici di sentirsi utili e persino indispensabili, fa credere che ci siano sempre soluzioni a corto termine. La cronicizzazione conseguente dei mali e dei guai, non sempre è visibile e quand’anche lo diventa si accampano scuse di tutti i generi per evitare di ammettere che l’assistenzialismo è un male peggiore della povertà perché fa danni senza possibilità di uscirne. Invece responsabilizzare gli altri non considerandoli vittime dell’ineluttabile (o dei cattivi), ma come portatori di risorse e di dignità da esprimere in una assunzione di responsabilità, è molto difficile perché rispettare questa precisa libertà dell’altro significa spesso essere impotenti e dover assistere al disastro insopportabile della persona sofferente che ha scelto di andare a fondo. E lasciarglielo fare perché solo così si apre una possibilità di realizzare un progetto a lunga scadenza che solo quella persona (e non noi) può decidere di iniziare a realizzare. Noi siamo ridotti solo a strumenti di sostegno ma mai protagonisti delle scelte determinanti per la svolta della vita delle persone? Esattamente, ma spesso è insopportabile. E poi armonizzare questa convinzione riguardo alle risorse dell’individuo, con lo sguardo su un mondo globalizzato che chiede una continua attenzione alle sfide politiche riguardo agli squilibri fra i pochi che hanno tutto e i tanti che non hanno nulla. Ma la speranza sta nel pensiero sano, nella capacità di analizzare i diversi piani senza fare confusione. La lucidità di un pensiero che informa l’azione e non i pasticci alla rovescia sbandierati come pragmatismo.

È solo su questa ricchezza di visione della realtà, della storia, dell’evoluzione degli esseri umani che si può riporre quel barlume di speranza per uno sviluppo praticabile fondato su modelli economico-politico-sociali capaci di dare un senso all’esistenza del singolo come della collettività planetaria.
 

 


mercoledì 9 aprile 2014

POVERTÀ IN CH: ESCLUSIONE SOCIALE E INCERTEZZA PER IL FUTURO

POVERTÀ IN CH: ESCLUSIONE SOCIALE E INCERTEZZA PER IL FUTURO

 

 Pubblicato sul CdT del 7.4.2014 col titolo "POVERTÀ TRA ESCUSIONE E INCERTEZZA"

Caritas Ticino da almeno vent’anni dice “no” alle banche alimentari, alle mense per i poveri, e a tutte le forme di distribuzione di beni secondo una logica assistenzialista. È una scelta impopolare maturata sulla base di esperienze dirette con migliaia di persone e riflettendo sui diversi modelli di intervento sociale.

Ma c’è la povertà in Svizzera? Sì, certamente, la povertà esiste anche nei paesi più avanzati e ricchi. anzi più il sistema di protezione sociale è sofisticato e più è difficile fare scomparire completamente la povertà relativa. In Svizzera questa non si manifesta con quelle connotazioni tradizionali di scarsità dei beni primari, ma ha due caratteristiche predominanti: l’esclusione sociale, cioè la perdita del diritto di cittadinanza, e l’incertezza per il proprio futuro in un mondo in profonda trasformazione, dove ad esempio scompaiono molte forme di lavoro mentre se ne creano di nuove. Una risposta assistenzialista è manifestamente inefficace.

Uno dei nostri punti di riferimento, Stefano Zamagni, economista, stretto collaboratore di papa Benedetto XVI nella stesura dell’enciclica “Caritas in veritate”, afferma che dal secolo scorso non c’è più scarsità di risorse nel mondo e la povertà è dovuta a un deficit di gestione delle istituzioni. Ma anche su scala ridotta, pensare in termini di penuria è sbagliato. Le risorse ci sono, a maggior ragione nelle società avanzate e ricche come la Svizzera, dove il minimo vitale è garantito a tutti, nonostante diverse disfunzioni. Non condivido di conseguenza l’immagine della persona indigente ritenuta sprovvista di risorse, vittima impotente e incapace di diventare protagonista della sua ripresa.

Abbiamo riletto con grande interesse il pensiero di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, promotore del microcredito e del social business, riassumendolo così: nessuno può uscire dalla povertà se non diventa soggetto economico produttivo. Mi ha sempre colpito il fatto che la sua dinamica imprenditoriale, fondata sulla fiducia verso donne povere e emarginate, abbia funzionato in Bangladesh, uno dei paesi più poveri del mondo, mentre noi, in uno dei più ricchi, adottiamo quasi senza obiezioni un modello assistenzialista alla ricerca costante di risorse da distribuire.  

Ma tutte le forme di distribuzione di beni sotto il cappello ideologico assistenzialista, in Svizzera sono un freno se non un impedimento alla possibilità di affrancarsi dall’indigenza, perché rinforzano la convinzione crudele che i poveri “non ce la faranno mai”.

Si arriva persino al paradosso di alcune forme di distribuzione di beni, le più anacronistiche, che creano i bisogni a cui vorrebbero rispondere; talune favoriscono in Ticino un inutile turismo sociale transfrontaliero che non aiuta nessuno. Ma d’altra parte considerata la complessità del disagio sociale, in un clima assistenziale, facilmente le persone, senza alcuna colpa, si abituano a diventare degli esperti fruitori di tutte le risorse sociali disponibili; quindi ogni azione filantropica è salutata con benevolenza e giunge rapidamente a saturazione.

Il fatto che chi opera e promuove queste forme di solidarietà, spesso sia animato da buoni sentimenti e dia una lodevole testimonianza di accoglienza dei poveri, purtroppo non corregge l’errore metodologico relativo all’efficacia degli strumenti utilizzati. La filantropia è sbagliata anche se il filantropo di regola è davvero una brava persona.

A Caritas Ticino il pensiero sociale si è modificato profondamente grazie al vescovo Eugenio Corecco che in occasione del 50esimo dell’organizzazione diocesana, nel 1992, affermò che “è limitante guardare all'uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l'uomo è di più del suo bisogno”, che significa concretamente guardare le persone che vivono una difficoltà, talvolta grave, prima di tutto come portatrici di risorse e non come marchiate dalle proprie difficoltà. In questa prospettiva l’intervento sociale serve prima di tutto ad aiutarle a scoprire di essere in grado di risalire la china.
Roby Noris.
 

 

giovedì 20 marzo 2014

CORECCO, YUNUS, ZAMAGNI


CORECCO, YUNUS, ZAMAGNI


CORECCO, YUNUS, ZAMAGNI



L’idea centrale di tutta l’impostazione del nostro impegno socio-caritativo, fondata sul concetto di risorsa e non su quello ben più diffuso e osannato di penuria, lo ritroviamo in numerosi interventi e commenti che girano intorno ad un triangolo di saggi che ci hanno permesso di capire e approfondire questo nodo fondamentale per tutto il nostro lavoro sociale: il vescovo Corecco, il Nobel per la pace Yunus e l’economista Zamagni. Il vescovo Eugenio Corecco ha segnato la nostra svolta spazzando via l’idea che il bisogno definisca una persona, Mohammad Yunus ci ha convinto che tutti hanno il potenziale per diventare soggetti economici produttivi e Stefano Zamagni ci ha garantito che le risorse ci sono, il deficit è nelle istituzioni, insomma ce n’è per tutti. Tre personaggi che ci hanno regalato un pensiero sano, che ci aiuta ogni giorno a coniugare carità evangelica e prassi economico/sociale negli incontri quotidiani con chi è messo da parte e ci chiede perché. È tutto su youtube, disponibile 24/24.
(dall'editoriale della prossima rivista Caritas Ticino di aprile)

Roby Noris
 

lunedì 10 marzo 2014

il genere degenera

Il genere degenera


Nulla di nuovo sotto il sole, come direbbe l’estensore del Qoelet, ma succede che in certe stagioni i fenomeni si fanno più intensi, oppure più rilevabili, come quando una donna che rimane incinta, scopre che ci sono tantissime donne nel suo stato e che lei non le aveva notate.


Sono anni che si denuncia una campagna impressionante e ben organizzata per promuovere le istanze delle lobbies LGBT, così come sta diventando sempre più difficile esprimere un parere discordante, perché si finisce per incorrere nel reato, fra poco forse tale per legge, almeno morale, di omofobia e violazione dei diritti LGBT.


Quello che è in gioco, lo abbiamo detto altre volte è la costruzione di una cultura, la demolizione di una antropologia, l’introduzione di cambiamenti strutturali, nel modo di pensarci, con la  perdita di unvalore prezioso, quello dell’identità di genere, che, a quanto pare, sta per essere sganciata totalmente dalla propria biologia e dalla propria struttura psichica, immaginandola come elemento socioculturale, acquisibile in età adulta, intercambiabile e di fatto non rilevante.


IL fatto è che questa cultura sta penetrando anche nelle nostre scuole Ticinesi, come un dato neanche da discutere, anzi, sintomo di apertura, maturità ecc.


L’esempio è un libro dato da leggere ai ragazzi di seconda media in una scuola del Cantone.


Si chiama extraterrestre alla pari.


Tuttavia i segnali si moltiplicano e, pian piano, andiamo raccogliendo del materiale, che vale la pena di condividere.


Lo spazio adeguato per questo è il nostro forum, sul quale caricheremo il materiale e potremo discutere e approfondire.


Dante Balbo 

sabato 15 febbraio 2014

1000sima puntata di CATIvideo, 20 anni di produzione televisiva di Caritas Ticino

Un video su youtube di 30 min per festeggiare il compleanno.


Un articolo sul Giornale del Popolo (di Roby Noris)

Estate 1994, una telefonata di Filippo Lombardi, direttore del GdP, che stava organizzando il magazine televisivo “Caffè del Popolo” da trasmettere sul canale TV Telecampione: «Non vorresti fare con noi una trasmissione televisiva settimanale di Caritas Ticino?». Sono andato dal vescovo Eugenio Corecco che mi ha detto «bisogna farlo». 
 
A Natale 1994 andava in onda la puntata di Caritas Insieme numero uno. E, dopo vent’anni, eccoci alla 1000esima puntata su YouTube e su TeleTicino. Doveroso un ricordo affettuoso e grato al Vescovo lungimirante che ci ha indicato la strada, l’amico saggio che aveva intuito i mutamenti profondi nella comunicazione, nonostante non fosse ancora esploso il mondo digitale della rete internet, anche per una piccola organizzazione socio-caritativa, che, accanto alla sua azione sociale sul terreno, doveva promuovere una visione solidale, doveva raggiungere la gente per portare un pensiero carico di speranza, con mezzi elettronici adeguati che entrano in tutte le case. 
 
Di fronte alle fortissime critiche di chi non capiva perché Caritas Ticino spendesse soldi per telecamere e, soprattutto, per trasmettere su un canale che di notte aveva una programmazione a luci rosse, il Vescovo diceva che bastava spegnere la TV di notte e guardarla di giorno quando trasmettevamo noi. La prima forma di carità evangelica è quella di diffondere idee sane.
 
Sullo stabile del CATISHOP.CH inaugurato un anno fa a Pregassona, un tabellone luminoso, metallico, di 600 kg e 4 metri x 8, ricorda ai passanti la sintesi del pensiero economico e sociale di tutta l’azione di Caritas Ticino, una frase del vescovo Eugenio del 1992: «È limitante guardare all’uomo e valutarlo a partire dal suo bisogno, poiché l’uomo è di più del suo bisogno».
 
È la valorizzazione delle risorse, delle potenzialità che vanno riscoperte sempre, anche in chi sembra non averne: un pensiero che si contrappone decisamente al piagnisteo sulla penuria del “non ce n’è per tutti”. Linee direttive del servizio sociale e dei programmi occupazionali di Caritas Ticino per ridare un lavoro ai disoccupati perché dalla povertà si esce solo diventando soggetti economici produttivi. Un principio di tipo imprenditoriale applicato a tutta la nostra organizzazione, che ha abbandonato completamente la logica filantropica delle collette, sviluppando un modello d’impresa sociale in cui si può anche finanziare uno studio televisivo e una produzione settimanale che dica a tutti, in particolare a quei 6000 disoccupati passati nei nostri programmi: «ce la puoi fare». Nella trasmissione CATIvideo la rubrica “Le faremo sapere” dà voce a chi è temporaneamente occupato in una delle nostre strutture e cerca lavoro: in qualche minuto una persona racconta in video la propria speranza per un futuro professionale migliore ma, in fondo, in filigrana, stiamo proponendo una visione economica etica e solidale dove la persona è soggetto attivo. 
 
Vent’anni di produzione televisiva, prima artigianale in solaio e poi sempre più professionale e tecnologica, osando, per catturare il pubblico, scelte di format inusuali e la realtà virtuale in 3D disegnata col computer; ma ciò che conta di più è quel fotogramma ideale che mi piacerebbe realizzare davvero coi mille volti delle persone che sono passate davanti e dietro alle nostre telecamere, custoditi nella memoria elettronica delle 1000 puntate andate in onda su TeleTicino e sul web. 
Dai nomi eccellenti alle persone più semplici, che ci hanno raccontato se stessi, le loro visioni e riflessioni, le loro speranze: Georges Cottier, Dominique Lapierre, Angelo Scola, Muhammad Yunus, Giacomo B. Contri, Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga, padre Mauro Lepori, Carlo Doveri, Graziano Martignoni, Stefano Zamagni, o Ruth Fayon che ci ha mostrato il numero tatuato sul braccio ad Auschwitz e una suorina che da dietro le sbarre della clausura ci ha parlato di libertà vera. E il vescovo Giuseppe Torti che aveva dichiarato alle nostre telecamere: «Se San Paolo avesse avuto una parabola satellitare per comunicare, chissà cosa avrebbe combinato».
 


lunedì 10 febbraio 2014

Votazioni elvetiche sugli stranieri

L'arte della politica forse non è il compromesso ma piuttosto la capacità di utilizzare le preoccupazioni e le paure della gente traducendole in catalizzatore di battaglie politiche che non necessariamente hanno una relazione di causa effetto. Cioè il populismo spinge campagne antistranieri che hanno ben poco a che vedere con la reale complessità della gestione della libera circolazione o la sua fattibilità. Il popolo è preoccupato e non capendo bene cosa sarà il futuro di un sistema di scambio complicatissimo, sta al gioco della semplificazione populista che come sempre ci illude che sia possibile sistemare tutto se facciamo come dicono loro. Se poi il consiglio federale e le altre istanze coinvolte fanno poco, o prendono poco sul serio le legittime preoccupazioni del popolo sulla libera circolazione delle persone in Europa, servono su un piatto d'argento la vittoria, anche se risicata, a chi ci racconta che le soluzioni semplici ci sono.
Segnale da interpretare quello delle urne di ieri, non certo come segno di xenofobia, ma piuttosto come uso della democrazia diretta per affermare a gran voce che le preoccupazioni del popolo vanno prese sul serio. E in questo si potrebbe perfino intravvedere qualcosa di positivo in quel risultato.
Ora però ci sarà una grana non da poco per vedere come uscire dall'inevitabile stasi in cui siamo precipitati ieri con un'Europa che non cederà sulla libera circolazione (nonostante ci siano critiche e dubbi in diversi paesi dell'UE) e una Svizzera che ha bisogno di manodopera straniera e quindi dei bilaterali ma vorrebbe modificarli a suo piacimento secondo il volere di poco più della metà dei suoi elettori.
40 anni fa i toni intorno a una votazione analoga  (Schwarzenbach) erano più accesi ma alla fine non era passata. Adesso ci si è scaldati meno ma la proposta UDC, anche se di poco, ha tagliato il traguardo.
In primavera ci saranno le votazioni europee e bisognerà vedere se i paesi UE più critici sulla libera circolazione manderanno nuovi rappresentanti che magari saranno più aperti agli equilibrismi che il Consiglio Federale Elvetico dovrà inventarsi per trattare con loro. Ma c'è anche un'altra ipotesi poco allegra. L'inghilterra, che conta in Europa ben più della Svizzera, è molto critica sulla libera circolazione e potrebbe arrivare a votare per lasciare l'UE: per far pressione sugli inglesi affinché non prendano questa strada, l'Europa potrebbe sanzionare esemplarmente la Svizzera come monito per l'inghilterra, anche se gli inglesi potrebbero sentirsi abbastanza forti da non lasciarsi impressionare. Staremo a vedere, purtroppo!

Roby Noris

venerdì 7 febbraio 2014

Internet ti cambia la vita: carellata tra gli operatori di Caritas Ticino

Il video realizzato in questi giorni sul tema della presenza in rete di Caritas Ticino che ha cambiato homepage, l'abbiamo costruito con una carellata di operatori di Caritas Ticino che si sono posti la domanda "Cosa ha cambiato nella mia vita privata e professionale la rete internet?". Fra digitali di lunga data o più freschi di importazione, il quadro, pur variegato, ha come costante un cambiamento profondo, sia di prassi che di pensiero. Non sapremmo più farne a meno e ne apprezziamo la flessibilità e la continua evoluzione. Un desiderio, espresso senza mezzi termini, è quello di avere sistemi più efficaci di selezione della marea di informazioni secondo criteri pilotabili non da Google ma da noi stessi, ma forse non sarà mai veramente così. Il cambiamento più radicale, avvenuto quasi senza rendersene conto è il modo di pensare alle informazioni di cui abbiamo bisogno, ai luoghi immateriali dove reperirle, all'irrilevanza di chi le ha prodotte e quando, alla difficoltà di dover gestire quantità smisurate di dati. Lo stupore di poter chiaccherare in skype col figlio nella giungla in sud America, o seguire sul tablet un corso di patchwork che ti aiuta a confezionarne uno tuo, al PC portatile diventato l'ufficio in auto a cui è impensabile rinunciare.
Apre il video Chiara Pirovano che ha creato la homepage, e una sera dopo averla messa online è andata a partorire il suo terzogenito Leonardo.

Al suo primo ciack in clinica, Lenny dorme in braccio alla mamma che racconta l'idea sviluppata nella nuova veste grafica di caritas-ticino.ch, col nuovo blog, le aspettative e i sogni di comunicare con un mondo sempre più a portata di click.
E in chiusura del servizio invece una difficile performance sulla rete internet, con un collegamento skype col Mozambico dove Lorenzo Cantoni, Decano della Facoltà di scienze della comunicazione dell'USI di Lugano, ci sintetizza 4 punti nodali della comunicazione online per una organizzazione come Caritas Ticino che fa approfondimento e promozione di idee:
  • Avere qualcosa da dire
  • Saperlo dire
  • Trovare le persone a cui dirlo
  • Assicurarsi che nasca un dialogo profondo e profiquo
Il video è su youtube

Roby Noris

mercoledì 5 febbraio 2014

SONDAGGIO SUI CATTOLICI IN CH (2o contributo)

Ieri sera sono stato intervistato da un giornalista, che, con una certa sagacia, mi ha chiesto non tanto una reazione al sondaggio e ai suoi risultati, ma qualche considerazione sulle reazioni, per esempio dei vescovi.
Ho reagito spiegando che anche questo sondaggio, come il dibattito che da anni scorre nella Chiesa e fuori di essa, attorno alla trasformazione culturale della famiglia, più che mettere in discussione i principi, pone un interrogativo importante non tanto alle gerarchie ecclesiastiche, ma alle comunità ecclesiali, ai pastori e a tutti coloro che hanno una responsabilità educativa, ai fedeli e alla loro profondità di adesione al messaggio evangelico e alla sua traduzione nella nostra realtà contemporanea.
Indicativo ad esempio di una distorsione del dibattito, se pure gestita con intelligenza, è quanto apparso su un quotidiano locale, che, da un lato metteva insieme dichiarazioni fatte in tempi e contesti diversi, chiarendo subito dopo che sapeva di fare un'operazione indebita, come quando si mette in primo piano un atto violento, salvo poi ribadire che il servizio televisivo non voleva sottolineare la violenza,  ma soprattutto concludendo il suo articolo, con una palese manipolazione di un detto agostiniano, ripreso anche da Lutero, "ama e fa ciò che vuoi.".
In Agostino, il vescovo di Ippona, dottore della chiesa, il concetto era chiarissimo, perché amore era la scelta di Gesù di dare la vita per i propri amici, quindi per esempio in ambito matrimoniale, significava non certo l'espressione di un sentimento, di una emozione, di una consumazione del rapporto, come si consuma molta della nostra realtà.
Noi parliamo delle ragioni del cuore, ma il cuore è cambiato, oggi è quello del romanticismo, della ribellione ad una legge vincolante, dell'assoluta priorità dei sentimenti, così che un rapporto può finire, perché semplicemente in uno dei due o in entrambi si è "spento" qualcosa.
Intendiamoci bene, io non sto giudicando le persone, tanto meno mi permetto di pensare che tutti quelli che divorziano e si risposano o che si innamorano di una persona dello stesso sesso sono degli inguaribili superficiali, ma che il contesto culturale in cui ci muoviamo è radicalmente diverso da quello nel quale è stata scritta la Bibbia e i vangeli.
La questione allora è per esempio cosa ha valore di verità nel definire il nostro essere uomini.
C'è un grande desiderio di pienezza e di completezza, tale per cui spesso le persone si sposano non una, non due, ma tre o 4 volte.
In questo modo, tentano di dire che sperano di trovare un luogo definitivo dove "mettere su casa". 
La Chiesa insiste nel dire che non è inseguendo il cuore romantico, se pure ricco e affascinante, ma ritrovando il cuore biblico, quello che sceglie di restare fedele, che l'uomo ritroverà le sue radici.
Accogliere un'ottica come questa implica per esempio che un matrimonio non si può dare per scontato o accompagnare finché animato da un sentimento, ma va curato, coltivato come la pianta più preziosa del proprio giardino.
Oggi quello che noi dobbiamo fare, se apparteniamo alla Chiesa, è riflettere sulla distanza enorme fra annuncio evangelico e percezione umana.
Tutto questo ci attraversa, non è una questione di noi e gli altri, perché noi non siamo estranei alla cultura in cui nuotiamo.
A questo in anticipo in qualche modo sui risultati del sondaggio, che non penso stupirà il santo Padre, ha già risposto in qualche modo Papa Francesco, ricordando ai credenti prima e a tutti poi, che accogliere il Vangelo nella propria vita è la scelta più umanizzante che esista.
Di fronte a questo scollamento, che del resto è quello di sempre, da quando Gesù Cristo è sceso in terra e si è posto come segno di contraddizione, la domanda giusta è per un credente "quanto mi interpella questo Vangelo e quanto cambia la mia vita?"
Il resto sono piani pastorali, scelte sociali, più o meno efficaci, più o meno credibili, più o meno tradotte poi in una prassi reale nelle comunità.
Paradossalmente, ma poi non tanto, un questionario come questo e le sue risposte più o meno attese, è un pressante invito alla mia conversione.
Come diceva il dottor Tanzi, a proposito dell'eutanasia, spesso è richiesta per la paura di soffrire, di restare soli, di essere di peso, ecc. ma quando alla persona vengono date tutte le rassicurazioni necessarie, quando si aiutano i famigliari a gestire il momento difficile, sono rari i casi in cui si chieda ancora un intervento attivo per togliere la vita.
Allo stesso modo, non c'è altra soluzione, che mostrare la bellezza e la verità del vangelo e dell'uomo da esso richiamato, per aiutare più persone possibile a ritrovare la loro casa. 
Poi ci saranno scelte pastorali, correttivi (per esempio) per snellire e semplificare le cause di nullità matrimoniale, una attenzione maggiore a non escludere le famiglie ricostituite dalla comunità ecclesiale, la battaglia perché le discriminazioni legate al genere e alle scelte sessuali siano abolite, ma prima di tutto credo sia necessario ripensare non solo la propria adesione al vangelo che diciamo di aver accolto, ma anche lo zelo nella missione, cioè nella possibilità di testimoniare a più persone possibile la bellezza che abbiamo scoperto, se l'abbiamo trovata.

Dante Balbo

SONDAGGIO SUI CATTOLICI IN CH (1o contributo)

Un sondaggio su 25000 cattolici voluto dai vescovi svizzeri inevitabilmente viene visto come lo specchio della situazione dei cattolici, di quello che pensano, di quello che desiderano, di quello che chiedono alla gerarchia della Chiesa. Ma le cose non stanno esattamente così perché questo sondaggio a crocette è ben diverso da quello redatto dal Vaticano per promuovere il processo di preparazione del Sinodo sulla famiglia di ottobre 2014; il sondaggio a crocette è uno strumento molto efficace per determinare fenomeni semplici dove si può davvero ridurre le variabili a sì, no, non lo so. Dove si tratta invece di valutare fenomeni complessi il valore dello strumento c’è, eccome, ma è da trattare con estrema cautela per non far dire al sondaggio quello che non è in grado di dire. Insomma si tratta di un utile strumento intermedio di un processo che deve usare anche altro prima di tirare conclusioni. Ed è quello che verosimilmente faranno i Vescovi con questo materiale di natura sociologica che permetterà di verificare linee di tendenza, preoccupazioni, difficoltà di comprensione di certi processi, confusioni di piani ecc ecc. Questo non piacerà a quei media che invece sono partiti in quarta descrivendo il popolo di Dio in Svizzera secondo percentuali lette come espressioni definitive del malcontento e come richieste precise di cambiamento all’indirizzo della Chiesa e della sua gerarchia. 

In questi giorni su twitter qualcuno ricordava Madre Teresa che, alla domanda di un giornalista su cosa dovesse cambiare nella Chiesa aveva risposto: io e lei. 

Roby Noris